





Comune di Lugo Assessorato alla Cultura
Fuori di sé
II Rassegna di Arte Contemporanea
a cura di Stefania Vecchi
Casa Rossini
via G. Rocca, 14 Lugo (Ra)
inaugurazione
venerdì 1 giugno 2007 - ore 18,30
DOMUS CON VISTA
testo critico di Maria Chiara Zarabini
Marco Campanini Simona Gavioli Leonardo Greco
Pietro Iori Roberto Pagnani Giancarlo Scagnolari Federico Zanzi
1 giugno – 17 giugno
orari di apertura: da martedì a sabato 16,00/18,30
domenica 10,00/12,00 – 16,00/18,30
chiuso il lunedì
campagna circostante, e che non possiede più un
sapere immediato e ingenuo dei processi naturali,
soltanto all’uomo civilizzato e sofisticato, dalle ca-
pacità di osservazione atrofizzate, la natura, appare
come l’altro, opposto e desiderabile, a cui egli si
abbandona con sentimento o con nostalgia. Solo
questo io, non vivendo più nella natura, si trova di
fronte alla natura, solo questo io si trova costretto,
per uscire dalla separazione e dalla perdita di un
accesso immediato alla natura, ad inventare un
nuovo modello, ed egli soltanto proietterà, per
mezzo di una decisa negazione, desideri e significati
sulla natura di cui fervidamente va in cerca”.
Michael Jakob, Paesaggio e letteratura, 2005
L’occhio mentale che indaga il reale e lo visualizza in proiezioni visionarie, eteree, umanizzate o misteriche, nel discorso pittorico di Stefania Vecchi come nello scultoreo della sottoscritta rappresenta ciò che ci ha spinto a interloquire con gli artisti di questa rassegna e a concretizzare l’idea che il tema del paesaggio come luogo del transitare potesse essere il catalizzatore di questa esposizione “ in casa “.
Il titolo poi, non a caso, ribadisce una dimensione domestica: un invito, fra la quiete dei muri, ad abbandonarsi ad una visione pausata e lontana dalle molteplici insidie della mondanità. Nel sonoro silenzio delle pareti, intonacate solo dal glaciale color bianco della contemporaneità, gli artisti appaiono alla ricerca di una dimensione perduta dove forte emerge un respiro nostalgico teso al riappropriarsi di un territorio smarrito.
Nella diversità degli approcci tecnici, mi è così parso di cogliere una pulsione “neoromantica” , a volte, un blando impulso alla mimesis: il procedere da un dato noto per poi deviare sentimentalmente, anche attraverso mezzi meccanici come la fotografia o il video ma anche con la matericità di una pittura neoinformale o di una scultura fra l’object trouvè e un certo poverismo simbolico, mi è sembrato evidente. E tale deviare è proprio ciò che ha permesso di vestire questo luogo che da spazio cartesiano si è trasformato in una domus con vista, virtualmente schiusa a percepire l’incanto di una natura esteriore, interiore o altra, mai solo quotidiana.
La domus, però, sia ben chiaro, non vive nella dimensione del virtuosismo illusionistico classico, che fa pur sempre parte di una sorta di proiezione del sentimento idilliaco nei confronti della natura, ma può diventare una specie di camera ottica. Una camera ottica, questa volta abitabile, dai molteplici obiettivi ai quali corrispondono tante “vedute” individuali e quindi tanti occhi “vedenti – veggenti“ che simpateticamente e specularmente, riversano all’interno del luogo una loro proiezione del sentire.
Tale metafora secondo me è utile per sottolineare il diffuso atteggiamento di mediazione del dato naturale e l’approccio sempre concettuale che ne consegue: una mediazione che forse è proprio il sintomo di un timore, di una esitazione ed allo stesso tempo di una fascinazione fabulistica, mitica ed esistenziale. La domus così si propone, nella scelta delle opere, come la proiezione di noi stessi, un rifugio privato, un luogo di ricerca dei sempre più labili nessi che ci connettono al mondo: e tutto ciò si può attuare, ne sono convinta, anche e soprattutto con l’arte attraverso la ricerca di quelle affinità elettive che legano il solitario artista e la sua opera agli ipotetici interlocutori.
La domus diventa il centro di raccolta di tali pulsioni, non più un banale contenitore di esteriorità ma il luogo dello svelamento di una parte della nostra personalità che ha preso coscienza di sé attraverso l’agire dell’artista.
L’artista è quindi una sorta di sacerdote, di demiurgo che ci accompagna nella crescita spirituale attraverso la consapevolezza della nostra imprescindibile materialità.
Di tale materialità fra l’essere rugginoso e urticante e il virtuale fotografico è intrisa per esempio l’opera di Simona Gavioli: l’immagine del relitto con le sue vesti arrugginite sono la metafora del naufragio dell’umanità ormai mutante. La nave arenata, come una grande balena squarciata dalla furia del mare, sembra mostrare il volto stupito e come attonito, gli occhi piccoli e ravvicinati, il naso lungo e la bocca socchiusa in una smorfia di disappunto frammisto a lieve dolore. Il lungo naso è come scorticato, la pelle mostra l’abrasione della carne viva e la fronte è coperta da capelli grondanti ruggine. La fotografia di Simona incarna così il potere trasfigurante della visione, custodisce la premonizione sibillina e tutta femminea di quella catastrofe imminente che ci ostiniamo a voler ignorare.
In Roberto Pagnani, partecipe di questo discorso profondamente mitico, domina, come in Gavioli, il , muto ai più, silenzio di ciò che resta. Dall’orizzonte “delle terre piatte” si erge quasi come coordinata cartesiana, una palafitta – cavalletto, struttura effimera sospesa nel vuoto dei bianchi padani. A volte l’assialità materica di un legno (quasi un Merzbau dolente) appare come una linea dell’orizzonte interiore, la linea del confine tattile fra acqua e cielo o una linea di confine, fra emisferi cerebrali, che rivela un aldilà nella percezione terrena. Lo sguardo affonda, affoga nei bianchi, nei grigi, negli azzurri di una memoria invisibile oltre che ineludibile, ma quasi preistorica e propiziatoria nella sua sedimentazione materica. Le coordinate di Pagnani evocano la ricerca di un equilibrio universale, la ricerca di un “Io “ antropologico e storico fra terra acqua e aria, le “diagonali “ di Gavioli sono il moto, il divenire e l’accettazione di una ciclicità quasi mestruale che si annulla per ricrearsi.
Le fotografie di Marco Campanini svelano invece l’occhio più distaccato ma sempre amorevole e curioso del collezionista di immagini che nell’intimità domestica si rifugia e fantastica. Così l’obiettivo fotografico sostituisce la lente di ingrandimento nel tentativo di decifrare particolari inafferrabili all’occhio nudo; ma è anche scatola ottica nei suoi giochi di ribaltamento delle virtualità fra il vero dipinto il suo riflesso e la sua riproducibilità.
A volte Campanini incornicia ciò che è nato per essere amato ed anelato da vicino, nell’orizzontalità cartacea o tutt’al più nella diagonalità del leggio: dilata ed ingrandisce la visione, tanto che la macchina fotografica sembra solcare i tratti incisi dal bulino, le singole pennellate o il craquelé alla ricerca tutta itinerante di uno svelamento del piacere della percezione.
I paesaggi fotografici di Pietro Iori sono sfocati e come visti attraverso un vetro appannato, impalpabile riminiscenza dello sfumato leonardesco. La nuvola, che romanticamente è sempre stata considerata uno specchio dell’anima, si fa materia specchiante in una sorta di collage improbabile sulla cui superficie si riflette lo spazio reale; ma la nuvola come “barba” ribelle generata dalla ferace pressione del bulino, vive pure della sua ombra colorata in una proiezione la cui virtualità gioca con la virtualità della fotografia nei frammenti di un nostro paesaggio rurale e padano. Il gioco dell’ en plain air attuato da Iori è come concettualizzato e reso esasperato nel suo giro vizioso di rimandi che suggeriscono, o meglio sostituiscono alla pacata serenità e unità stilistica romantica, una ricerca labirintica del paesaggio e la necessità viscerale di inciderlo, ferirlo simbolicamente al fine di restituirlo nella consapevolezza tutta contemporanea ma profondamente emiliano-romagnola della sua centuriazione costitutiva la quale continua a dialogare con la diagonalità ferrea e feroce ma rivelatrice della nostra contemporaneità.
Anche nella iterazione dei frames pittorici di Leonardo Greco si intuisce la ricerca di un paesaggio smarrito: nei suoi dipinti attraversa con lo sguardo il paesaggio e lo sigilla, lo blocca, lo stigmatizza e lo fa proprio; lo utilizza, iterandolo, come un suggello che attesta la propria presenza – assenza, il proprio possesso di un luogo. Per lui ripetere il brano di paesaggio è come usare un proprio timbro che attesta il possesso di qualcosa che non può essere dissacrato: il paesaggio della propria infanzia. Tale luogo della memoria, è ciò che Greco cerca di bloccare anche nel video, dove immagini ferme ed esili, realizzate con l’ausilio di una ludica lavagna magnetica, generano un racconto statico, dove spazio e tempo sono appunto quelli perduti di un’altra età.
Nell’opera di Giancarlo Scagnolari, il peplo cerato, come vela afflosciata su di un flessibile ed improbabile boma, attende silente quel flebile soffio che la trasporti assieme alla sua camera – barca nella dimensione misterica della nostra paganità smarrita, in quel luogo del transire che ci riconnetta con l’impalpabile e l’incognito. In questo “trapasso” l’abito è talmente impregnato di sacralità che solo così può transitare impermeabile alla mondaneità. La cera è sacra, come sacra è la reliquia e così sacra, e non profanabile se non dalle elette, è la soglia che, ora, solo l’olfatto intuisce. Il sito “addomesticato”, come skenè temporanea, nella sua ermeticità rimarca ulteriormente il misterico distacco, l’appartenere ad un altro paesaggio esperibile forse solo con quei sensi di cui abbiamo smarrito la memoria.
Federico Zanzi nella sua recente ricerca pittorica, dilata invece il proprio sguardo e il proprio essere sul paesaggio fino a farlo coincidere in una sorta di sovrapposizione di terre, al territorio del proprio inconscio. Il volto imbrattato da molteplici colori non più naturalistici ma dell’anima, diventa il territorio su cui vagare: le convessità e le concavità anatomiche paiono i prolungamenti di un orizzonte desertico desolato e privo di vita sul quale il nostro occhio solo vedente ed il suo occhio veggente passeggiano senza meta apparente. Ma il passeggiare non è, romanticamente, portatore di serenità ma diventa un solcare fra le rughe di un territorio ormai segnato dal tempo e dallo spazio delle esperienze, un passeggiare che può solo ferire e far sanguinare poiché la ricerca interiore è sempre dolorosa e solo a volte terapeutica.
In tutti gli artisti emerge quindi la consuetudine al transitare, al traversare un territorio soggettivo variamente svelato ma che collettivamente rivela l’inquietudine dell’esistere che, anche quando è intima e personale, appare sempre diversa ed imprevedibile.
Il mese delle rose nell’anno 2007 Maria Chiara Zarabini
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per informazioni: Comune di Lugo – Cultura Musei - 0545 38561
Piazza Trisi 19 – 48022 Lugo (Ra) – Sito Internet: www.comune.lugo.ra.it

QUESTO BUIO ANCORA
Le reti del tramonto
Sul giorno che cede..
Sulle ossa dell’orizzonte
Con i sassi nel nero raccolti..
Sulla carne che riposa..
Sul sangue che lentamente
Asciuga.
Ultimo riflesso sulle certezze
Che sgretolano..
Fra le croci di preghiere
Che avanzano
Dalla metropoli al cielo
Cercando una sorte
Che consola.
Questo buio..
Ancora frontiera
Di rombo e silenzio..
Di un salto
Sulla marea del sogno
Che dai fondali inquieti
Sale
Per trovare pace.
Riccardo Melotti 2007


COMUNICATO STAMPA
EVENTO “Settimana della Cultura Italiana in Cina”
PROMOTER E CURATORE Accademia Internazionale “La Sponda”
ESPOSIZIONE ARTISTICA “Colori e Immagini dall’Italia”
ARTISTI Grazia Alloggia, Alessio Ancillai, Toni Arch, Armando Arpata, Maurizio Bartoli , Marco Bellagamba, Gabriele Bianchi, Luciana Bizzoni, Ariela Böhm, Giuseppe Botti, Angelo Camerino, Alvaro Caponi, Antonella Cavallaro, Pamela Cento, Paolo Cervi Kervischer, Bruno Ciabini, Amelia Ciccarella,Patrizia Corvaglia, Silvio Costabile, Mahamoud Daadouch, Gabriele D. , Monaluisa Diogo, Elvino Echeoni, Antonio Farina, Lanfranco Finocchioli, Francesca Gabrielli, Francesca Ghezze, Giuseppe Giangrazi, Gianpistone, Vilma Lomoro , Claudio Magagnini, Giovanni Mangiacapra, Adriano Maraldi, Nino Mandrini,
DOVE Beijing World Art Museum - Pechino/China
QUANDO dal 12 aprile al 21 aprile 2007
INAUGURAZIONE 12 aprile 2007
INFOTEL 06.3201443 – 06.45471092 / 335.376249 - 392.6092245
INFOMAIL lasponda@tiscali.it - www.accademialasponda.it
L’Accademia internazionale “La Sponda” il 12 aprile 2007 inaugura l’importante evento “Settimana della Cultura Italiana in Cina - Cultura / Arti / Lavoro dall’Italia” presso il Beijing World Art Museum (Pechino). L’evento é giunto alla seconda edizione, il precedente era stato realizzato a Pechino nel 2002 con esposizioni e premiazione agli Ambasciatori della Cina in Italia e alle Autorità, Personalità della Cultura e Giornalisti cinesi.
L’Accademia Internazionale “La Sponda” ha una intensa collaborazione e un ottimo rapporto di amicizia con i massimi rappresentanti della cultura e dell’arte cinese; interscambio che si protrae ormai da anni, nato nel 1999 con l’ esposizione “Confucio: vita, pensiero, opere” presso la storica Sala del Conclave di Palazzo dei Papi (Viterbo), e consolidatosi con le ulteriori Mostre su Confucio a Civitavecchia, L’Aquila, Crotone, Sabaudia.
Dal 12 fino al 21 aprile, all’interno della Settimana della Cultura Italiana in Cina nell’esposizione “Colori e Immagini dall’Italia”, sarà possibile ammirare le opere di artisti esclusivamente italiani che previamente sono stati selezionati dalla commissione cultura de “La Sponda” considerandole rappresentative dell’arte italiana. Nella enorme esposizione collettiva, più di cento le opere in mostra, sono ben amalgamati tutti i linguaggi dell’arte, dalla pittura tradizionale alla pittura digitale, dalla fotografia in bianco e nero a quella a colori, riuscendo a far convivere il genere artistico Figurativo con il genere Informale. Nel grande contenitore artistico è presente l’esposizione Video/Fotografica “La Dolce Vita” del Fotoreporter Carlo Riccardi e la mostra Grafica/Video industriale “Aziende d’Italia”.
Per la prima volta l’Accademia Internazionale “La Sponda” ha coinvolto nell’evento la “Gard - Galleria Arte Roma Design”, importante realtà artistica romana di Sonia Mazzoli e Pamela Cento, che promuove l’arte sia in Italia che all’estero, facendo partecipare all’evento alcuni dei loro artisti; la “Gard” ha inserito per l’occasione una speciale sezione denominata “Arte da Indossare” che coinvolge tutti quei prodotti made in Italy che rientrano nel settore dell’accessorio artistico da indossare.
Il grande evento comprende Conferenze, Dibattiti, Esposizioni che si dislocheranno per dieci giorni, e nella Serata di Gala al “China Grand Theatre” verrà conferito il 4° Premio Internazionale “Terzo Millennio”.
Il Ministero della Cultura cinese, oltre a concedere il famoso China Grand Theatre, ha anche offerto gli spettacoli di Danza, che inoltre parteciperanno alla Cerimonia della XXIX Olimpiade a Pechino 2008, “Dreams” e “Omaggio al Kung Fu”.
L’evento è positivamente sostenuto sia dall’Ambasciata d’Italia a Pechino che dall’Ambasciata cinese a Roma
La Delegazione è composta da Professionisti della Cultura, Amministratori Locali, Artisti, Giornalisti.
Un apposito Staff di Giornalisti cinesi a Pechino è operativo per divulgare al meglio l’evento.
Tra i Premiati alla serata di gala per il 4°Premio Internazionale – Terzo Millennio:
Wang Qishan / Sindaco di Pechino e Presidente delle XXIX Olimpiadi Pechino 2008;
Riccardo Sessa / Ambasciatore d'Italia in Cina;
Umberto Vattani / Presidente ICE;
Tai Lihua / Etoile della Danza "My Dream" del China National Disabled People;
Chao Ge / Artista della Cina.
Patrocini
Italia: Presidenza della Repubblica / Presidenze Senato- Camera - Consiglio
Ministeri: Esteri / Cultura e del Turismo / Ricerca Scientifica / Università e P. I.
Regione Lazio / Provincia Roma / Enti Locali / Sviluppo Lazio
Ordine Nazionale dei Giornalisti / Sindacato Cronisti Italiani
Cina: Ministero della Cultura / Municipio – Università – Museo – Accademia BBAA di Pechino
Quotidiano del Popolo – Guangming Ribao / Air China
Istituto di Cultura Italiana/Pechino
UFFICIO STAMPA
Pamela Cento


TESTO CRITICO
ITALIA – BEIJING: l’importanza delle differenze.
di Pamela Cento
Da alcuni anni si sta assistendo, con grande curiosità e clamore mediatico, alla grande espansione cinese in tutti i settori, dall’industriale al culturale, all’artistico. Indubbiamente la Cina si annovera tra le potenze industriali mondiali e da più parti si pronostica che diventerà, entro dieci anni, una Superpotenza al pari, ma alcuni ritengono perfino al di sopra, dell’impero americano. Certo è che attualmente il mondo intero sta creando un movimento “migratorio”, e di investimenti, verso questo gigantesco Paese in sviluppo rapido ed esponenziale.
La storia e la tradizione millenaria si fonde con la Storia Contemporanea, sintetizzata nel termine “globalizzazione”, nata e scaturita dall’interazione tra Continenti che hanno prodotto, e producono, nuove economie e soprattutto nuove idee.
Di arte parlando, In Italia, ma si potrebbe dire Parigi o Berlino, spesso per disinformazione si ritiene che gli artisti cinesi siano capaci solo di fare delle belle copie di quadri occidentali, come per borsette o cinture, in realtà il mondo artistico occidentale e quello asiatico spesse volte sono entrate in interazione, ed è anche avvenuto che artisti occidentali abbiano preso spunto, e anche qualche cosa di più, dalla cultura cinese o dai loro artisti, ed è anche avvenuto che uno dei tanti cinesi abbia inconsapevolmente anticipato performance artistiche che si sarebbero sviluppate parecchio tempo dopo: il monaco cinese Haisu utilizzava i propri capelli al posto del pennello, era il VIII secolo, una gestualità così simile al coreano Nam Jun Paik che, in una sua celebre performance, dipinse una grande tela bianca utilizzando la sua cravatta, ben annodata al collo, o di Janine Antoni che dipinse proprio con i capelli il pavimento di una galleria di Londra: siamo alla fine del Novecento.
Attualmente la Cina è molto concentrata sui New Media, ed è ovvia conseguenza che nell’arte lo strumento tecnologico, per potenzialità e originalità tecniche, sia di principale importanza, ma la Cina non è solo tecnologia e strumenti, è anche culture e tradizioni antiche che fanno parte del tessuto sociale, del proprio codice genetico: per cui la Cina, come qualunque altro Paese, pur aprendosi all’esterno comunque tratterrà le proprie e uniche radici. E’da secoli, soprattutto da dopo l’Ottocento con la penetrabilità della Cina, che c’è un interscambio assai fertile, anche nell’ambito artistico, tra il mondo asiatico e il resto del mondo. Nell’era della globalizzazione ovviamente questo avvicinamento concreto si è moltiplicato. Oggi artisti nrewyorkesi si recano a China Town NY per aquistare lacche e colori originali cinesi e allo stesso tempo ci sono artisti cinesi che ammiccano, spesso in modo provocatorio, al mondo occidentale; basti vedere una delle tante performance (o le fotografie di esse) di Wang Quingsong, dove magari si imprime sul petto il logo di McDonald’s, o le opere di Wang Guangyi che rende protagonista il marchio “Chanel” e il suo profumo, il “N°5”, o la “Coca Cola”; riguardo quest’ultimo famoso marchio, l’artista Hu Jieming nella sua opera fotografica ironica e dissacrante “La zattera della Medusa”, mostra un gruppo di naufraghi per niente scontenti della loro situazione, anzi, ballano, prendono il sole e c’è perfino chi fa le bolle di sapone…stanno al sicuro, sopra una zattera resa galleggiante grazie a lattine e bottiglie di “Pepsi” e “Coca Cola”. La ripresa della cultura italiana in Cina, a livello artistico è invece resa evidente da rimaneggiamenti, a volte interessanti, di simboli o dipinti famosi, come nell’ “Ultima Cena” di Cui Xiuwen dove Gesù e gli apostoli sono delle adolescenti, o come nella “Dama con l’ermellino senza testa” di Zhou Tiehai, dove quella che fu