lunedì 31 marzo 2008

COLORE

Venerdì 11 Aprile 2008 si inaugura alle ore 18.30 presso lo spazio Vista Arte e Comunicazione, in Via Ostilia 41 (zona Colosseo) a Roma, la mostra Colore, degli artisti MARCO BELLAGAMBA, SERENA BILGIANI, LAURA CANDY, ROBERTO PAGNANI.

Soqquadro & Vista

Presentano

COLORE

Mostra collettiva

DURATA: dal 9 al 19 aprile 2008

APERTURA: 9 aprile 2008

INAUGURAZIONE: venerdì 11 aprile ore 18.30

ORARI DI APERTURA: dal martedì al sabato 16.00/20.00

LUOGO: VISTA Arte e Comunicazione, Via Ostilia 41, Roma (zona Colosseo)

ORGANIZZAZIONE: SOQQUADRO

CURATRICE: MARINA ZATTA

INFO: tel. 06.4504846, 06.99704321, cell. 333.7330045, 349.6309004

@mail: soqquadro@interfree.it

www.soqquadro.eu

“Vista” è un centro dedicato all’arte ed alla comunicazione che nasce dall’esperienza di alcuni giornalisti da sempre impegnati nell’organizzazione di eventi d’arte e cultura. Uno spazio espositivo che si rivolge ai giovani talenti esordienti ma accoglie anche esperienze confermate all’ombra della splendida cornice del Colosseo.

In questo spazio Soqquadro organizza un ciclo di mostre dedicate alle principali componenti della pittura e della scultura: il Colore e la Materia. Il ciclo di mostre si apre con questa esposizione sul Colore che va dal 9 al 19 aprile e si concluderà a luglio.

In questa prima mostra, dedicata al tema del COLORE, espongono MARCO BELLAGAMBA, SERENA BIGLIANI, LAURA CANDY e ROBERTO PAGNANI.

Marco Bellagamba nasce in provincia di Piacenza. La dote per il disegno di manifesta fin dalle elementari e si sviluppa nel corso degli anni. E’ dalla metà degli anni novanta, da quando Marco ritrova la scatole dei colori e dei pennelli del padre, che sente nascere lo stimolo di confrontarsi con la tela bianca. Da qui comincia il suo percorso attraverso il lavoro pittorico di stampo figurativo, che abbandonerà intorno al 2000, quando passa alla pittura informale ed aderisce al Transvisionismo, movimento artistico culturale.

Serena Bigliani tramuta con pazienza vecchie carte in opere d’arte estremamente attuali, nel solco di un’arte pittorica in cui il colore ha un ruolo preponderante. Nelle sue opere, carte, vecchi giornali, colla, acqua, materie povere si trasformano, attraverso la rivisitazione coloristica e con l’uso dell’antica tecnica del papier maché, in quadri espressivi dal sapore informale. I suoi soggetti, presi a prestito dalla natura, sottolineano l’espressione si un pensiero concentrato sul bisogno di cercare e trovare un equilibrio tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.

Laura Candy nasce a Roma dove vive e lavora; fin da piccola si esprime attraverso i colori, la musica, le parole; di questo oggi si occupa, cantando e scrivendo poesie e brani musicali e dedicando molto del suo tempo all'arte pittorica segnata dalla sperimentazione di tecniche diverse. Nelle sue opere, attraverso un utilizzo del dripping o delle tamponature sulla tela racconta un astrattismo potente fatto di segni che rappresentano l’esplorazione-espressione del ritmo dell’anima dell’artista, alla ricerca di un ordine creato attraverso il contenimento del caos. Legata alla tradizione informale di Pollok la Candy lavora con ampi gesti lanciando sulla tela il proprio mondo interno, esportandovi con gesti materici il proprio inconscio.

Roberto Pagnani è nato a Bologna e risiede a Ravenna, città in cui svolge la sua attività di artista. E’ cresciuto in un ambiente familiare dedito al mondo dell’arte e si è formato a contatto diretto con opere ed artisti tra i più rappresentativi della cultura italiana ed europea come, ad esempio, M. Moreni e G. Mathieu. Ha frequentato la bottega d’incisione di Giuseppe Maestri a Ravenna ed ha esposto in numerose città italiane ed estere ricevendo vari premi e segnalazioni. In questa mostra espone i suoi ultimi lavori, in cui l’uso del colore è preponderante nella ricerca espressiva.


mercoledì 20 febbraio 2008

Riccardo bottazzi - "Pont au change sans pont"

PONT AU CHANGE SANS PONT.

Lo scultore porta irrimediabilmente con sé lo sforzo del gesto perpetrato sulla pietra. Sforzo che solo a lui è dato riconoscere pienamente, di cui solo lui conserva i calli sulle mani. E più quel che ne consegue è frutto della fatica e dell’abnegazione, più l’opera parrà in chi la guarda di voluminosa leggerezza, di sconvolgente verità. Al pari di un qualsiasi fenomeno naturale. Quanto segue è il resoconto, misto di cronaca e suggestioni personali, di una conversazione avuta con Riccardo Bottazzi sul ciclo di tele qui esposte, in occasione di un recente viaggio comune.

Il cielo talvolta si mangia le nuvole, poi sputa gli ossi rilasciandoli nell’aria in altra forma. Filamenti elettrici si appostano ora come sentinelle sopra le nostre teste in attesa di abbattervisi contro. E’ la fame della natura. La sua spinta materna, la sua digestione. Rispettivamente il tempo e lo spazio osceno di qualcosa sul punto di accadere, sicuri che prima o poi avverrà. Ma il dove, il come ed il quando esatti, tenuti all’oscuro fino all’ultimo istante. Cosa può dunque l’uomo di fronte a ciò, al cospetto di tale ineluttabile vaghezza eppure certo accadimento, se non ingegnarsi in una qualche ardita previsione degli eventi, nell’azzardo del futuro ritenuto a suo dire più verosimile, nell’ingenua prospettazione di un’ipotesi, e come, se non tracciando linee e unendo punti che diano della materia una qualche foggia nota, una qualche combinazione della vita già visitata dai sensi e dall’esperienza. Predire gli eventi è alle volte un modo conveniente per farseli amici venendoci a patti prima. Così può essere anche per l’arte. Può dirci cosa guardare, dove puntare l’occhio e prendere la mira, indicarci un soggetto/oggetto verso cui dirigere l’attenzione permettendoci un qualche appiglio con il reale, oppure lasciarci in balia di labirinti di forme inaddomesticate grandi quanto l’universo, ma accarezzandoci proprio quando tutto sembra perduto, quando ogni riferimento pare introvabile, quando lo stesso concetto di comprensione sembra un’assurdità senza posa e rimedio. Questo fa talvolta l’arte. Spinge la crudeltà del gesto creativo fino all’ennesima potenza, nelle sue versioni più radicali non fa prigionieri, però ci tiene comunque a coniugare la curiosità di chi guarda l’opera con il prodigio della redenzione di chi quell’opera l’ha appena compiuta.

L’una di notte. Arriviamo a Parigi quando il cielo ha già terminato il suo pasto, è piovuto fino a qualche ora prima, adesso di nuvole nemmeno l’ombra, le uniche sagome possibili sono quelle proiettate dagli altissimi pinnacoli al neon posti ai margini dei boulevardes di periferia, ma in realtà sono solo i riflessi di quelle luci artificiali venute a tatuarsi sull’asfalto al termine della loro ripida discesa a terra. Nei pressi di uno di questi solarium a mezzo servizio ci appostiamo a caccia di un passaggio. La sola luce basterà a scaldarci l’attesa. Preso al volo il taxi che ci condurrà in albergo, la nuca nera del guidatore, una mano appena poggiata sul volante, con l’altra sbuccia per noi la città come una mela gonfia di polpa pronta a farsi mangiare. Infatti non l’attraversa bruscamente, non incide la carne dei quartieri verticalmente verso il centro, gli è vietato dalle direzioni obbligatorie imposte dalla segnaletica. Da Porte Maillot l’auto percorre in senso antiorario gli arrondissement sedici, quindici e quattordici, fino al tredicesimo, termine della corsa fissato sul display del cruscotto in 20 euro, lasciandosi alle spalle una scia ininterrotta di ampie vie e pieghevoli rotatorie. Adesso ci rimangono poche centinaia di metri da percorrere a piedi lungo rue Bobillot. Se Parigi è un posto buono per parlare di cose che contano nel cuore e nella mente di due persone, una volta scesi dall’aereo il viaggio che ci conduce sino a Place d’Italie è già entrare in argomento, è già farsi domande e darsi risposte, scambiandosi spesso di posto.

Non deve quindi sorprendere che alle mie rassicurazioni sull’imminente arrivo in albergo al numero 58, corrisponda da parte di Riccardo il fornirmi l’indirizzo senza civico preso dall’ultima tela realizzata prima di partire. Lui, che di mestiere intacca, sbozza e leviga tutto quanto della materia abbia un peso specifico sopra la media, da un po’ di tempo a questa parte si affida all’ordito leggero della tela per riprodurre un tipo di natura e geografia che non è ai suoi occhi semplice sistema di accadimenti in successione, non vie intersecate chiaramente le une alle altre, ma una specie di aggregazione indistinta, massa compatta, che lascia solo intravedere dove finisce una cosa e ne comincia un’altra ma non ne traccia perfettamente i confini. Infatti se il pittore è in genere portato a selezionare tra diversi oggetti posti al suo sguardo quello di maggiore gradimento, e da qui lavorare alla sua riproducibilità artistica, lo scultore Bottazzi si misura invece con il tutto, e lo fa con religioso puntiglio. Egli intende saggiare la terza dimensione di ogni cosa, ovvero quella profondità del tatto che gli impone di andarle incontro a partire dal proprio corpo. E’ la relazione tra sé ed il mondo, tra il mondo visibile e gli altri mondi non visibili cui l’artista appartiene in egual misura al primo, ciò che gli sta veramente a cuore. E tutto quanto si scatena tra di essi al loro reciproco contatto. Ogni entità, per quanto singolare, viene a fungere come tramite per un’altra ed un’altra ancora, così all’infinito, poiché ciascuna assolve oltre al compito di essere se stessa, anche di fornire l’identità d’accesso per quella successiva. Le numerose spatolate riversate sulla tela avranno allora l’effetto di raccontare una storia sempre nuova della materia, riferiranno di un continuo rinnovamento, di un dormiveglia delle concrezioni di colore mai messe del tutto a tacere, al contrario perennemente rivolte alla rinascita. Al bando ogni dispotismo del soggetto, è alla franca fisicità della sostanza cui viene affidata suprema libertà combinatoria. Ma non crediate si possa per questo parlare di anarchia. Chi come Riccardo penetra nei nascondigli della percezione, sa bene la differenza che passa tra lo sterile caos di superficie e la fertile duttilità dei pensieri di retrovia. Nella sua ricerca pittorica vive piuttosto la coscienza che la materia ci parla dicendoci di continuo: cammina con me. Rammentandoci che ogni passo è l’anticipo necessario per il successivo.

Così facciamo noi nel brevissimo soggiorno parigino, camminiamo per i quadrilateri cittadini fingendo di smarrirci ed avere così la scusa per imboccare un’altra strada, camminiamo sopra e sotto il pelo della senna, raddoppiamo il passo sui lunghi tapis roulant che conducono al metrò, non vogliamo favori, marciamo persino dentro alle carrozze, e se alle volte ci sediamo è per una forma di rispetto verso i seggiolini liberi in avanzo. Pure da seduti lo spettacolo non manca. Spianate di ceramica bianca tappezzano i muri a schiena d’asino dei sotterranei prospicienti la banchina. E’ impossibile non crogiolarsi, seppur brevemente, sugli ampi ghirigori disegnati su quelle pareti. Sono piastrelle che formano nomi, questa volta nere, per un banalissimo gioco dei contrasti. Disposte per file di una, definiscono lo spazio di un momento, quel regno che si chiude fatalmente alla chiusura dei portelloni automatici. Giusto il tempo di leggere Pont au change. Ma non segnato sulla mappa ferroviaria. Così mi pare. Sarà mia la disattenzione. Forse del Pont au change esistente in superficie, io ne ho fatto l’ingenua proiezione lì di sotto. Forse avrei dovuto lasciarmi condurre dalle scale mobili anziché gareggiare con loro. E la stanchezza mi ha giocato un brutto tiro. O più semplicemente, quel che ho letto è un’invenzione del respiro. Un orgoglioso scatto di coscienza. Come le tele di Riccardo, in bilico tra realtà ed immaginazione. Percorribili dallo sguardo in ambedue i sensi, in teoria, in concreto sbirciata degli occhi lanciata lontano, senza più ponti che garantiscano un ritorno.

di domenico settevendemie

venerdì 8 febbraio 2008

CAFFE'!


Serena Simoni

Un’esperienza insolita per Ravenna è visitare mostre d’arte contemporanea in spazi privati che non siano gallerie (in città, a dire il vero, queste si contano sulle dita di una mano). E così, con un ammirevole piglio metropolitano, l'associazione CadeArt organizza da novembre una serie di appuntamenti mensili dal titolo Lex Artis, a cura di Ilaria Siboni, ospitati presso uno studio legale in pieno centro città, in cui vengono esposti i lavori di artisti generalmente sotto i 40. Non c'è che da essere contenti, quindi, di queste occasioni anticipate da vernissages affollati da un pubblico prevalentemente giovane, visitabili senza appuntamento e in orari pomeridiani. L'ultima mostra in ordine di tempo – a cui seguiranno altre tre fra marzo e giugno – presenta i lavori del ravennate Roberto Pagnani, che espone una serie di olii su tela dal titolo Caffè!: si tratta di opere di varie dimensioni sintonizzate su una poetica degli oggetti, che esplicita nel titolo la predilezione per tazzine e caffettiere, che rappresentano i pilastri fondamentali di uno dei maggiori riti del quotidiano. Pagnani presenta questa nuova serie in una raggiunta maturità espressiva, in cui lascia alle spalle le sue precedenti esperienze materiche e sostanzialmente astratte, per superarle in un nuovo stile figurativo abbreviato, potente per segno e pennellata. In effetti la vocazione precedente a favore di una pittura informale viene recuperata nell'amore per la gestualità, negli improvvisi sgocciolamenti, nelle tessiture corpose del colore: il tutto però trasformato e trattenuto dagli elementi figurativi, che si impongono quasi come "ritratti" di oggetti viventi. La presentazione della mostra, orchestrata da Domenico Settevendemie, mira in effetti a esplorare la vita di un mondo apparentemente inanimato, da guardare con lo stesso amorevole sguardo appassionato di Savinio.

"Caffé", personale di Roberto Pagnani, presso Studio legale Donelli-Dal Monte-Vecchi, via C. Ricci 29 Ravenna. Fino al 20 febbraio, orari: da Lu a Ve 15.30-19.

giovedì 7 febbraio 2008

Galleria De' Marchi - Bologna


M.Bendandi e R.Pagnani (Topoi05) alla galleria De' Marchi di Bologna.

lunedì 14 gennaio 2008

CAFFE'! (Con uno scritto di Domenico Settevendemie)





Da che mondo e tempo gli oggetti prestano indiscriminatamente il fianco alla mano dell’uomo. Succede ogni giorno, ad ogni ora della paga giornaliera smazzettata sull’unghia 24 volte, diurna o serale che sia, poco importa. Non paiono opporre alcuna forma di resistenza, di più, la stessa resistenza pare un concetto riducibile a dettaglio insignificante, ad insulsa dabbenaggine frutto di qualche inutile speculazione mentale se riferita agli oggetti. Sono figli dell’invenzione ma non hanno anima né sangue propri, quindi mancano di diritti e ancor prima di relazioni possibili, scaturibili, allora perché mai dovrebbero opporsi all’uomo. D’altra parte avete mai letto del suicidio tentato da uno spremiagrumi per la girandola di avvitamenti cui viene sottoposto? O della consensuale richiesta di divorzio tra un mouse e la tastiera di un computer dopo anni di onorato concubinaggio? No, certamente. E gli avvocati presenti non avranno difficoltà a confermarvelo. Io pure, che sono avvocato di breve corso, non posso far altro che dargli ragione. Discorso chiuso, caso chiuso perché mai aperto, quindi. Gli oggetti restino pure al loro posto, al posto da altri deciso per loro. Ottusi aggeggi, arrendevoli come sempre sono stati ed in balia delle nostre voglie. Non potrebbero fare altrimenti. La stilo di pregio rintanata entro una comoda bocchetta, la penna da pochi centesimi riversa invece sul tavolo priva di protezione, le posate ammonticchiate l’una sopra l’altra perché l’ossigeno ha altri a cui pensare, la caffettiera a troneggiare in mezzo ad un vassoio o lasciata al fondo di un lavabo in attesa della toeletta, e così via. Solo lo scopo ed il fine a presiedere ogni loro movimento, con l’utilità a correre su di un corpo rigorosamente senza fiato e gambe.


Eppure i pittori da sempre si ostinano a volerli ritrarre, questi oggetti, con tale foga ed abnegazione, con tale arrogante cocciutaggine, fino quasi al punto di dolersi ed inveirvi contro per l’incapacità di questi ultimi a restare fermi in posa per tutto il tempo necessario a fissarli sulla tela. Quasi si muovessero per un improvviso crampo ai muscoli dovuto alla lunga imposizione della rigidità, al pari di un modello sfinito. Ma se gli oggetti non hanno sangue, se non hanno il folto acceso della spinta pilifera, se non soffrono la stanchezza, se non combinano cromosomicamente con il sudore, i sorrisi od il pianto dell’uomo, cosa scatena in chi li ritrae tanta devozione e pervicace fratellanza? Il semplice gusto del grottesco, dell’ingenuo divertissement? Puro esercizio di stile, nonsense marcato dal talento? O c’è dell’altro? Che sia quel ritorno alla vita insito nelle cose, in tutte le cose, anche le più inerti, spontaneo ed allo stesso tempo coniugato al paradiso di uno sguardo che in loro si specchia e vi vede attraverso? E’ sorprendente che alcuni uomini abbiano creduto di poter stabilire un rapporto vitale, quasi erotico tra sé e gli oggetti divenuti per tale via consorelle o amanti mai sazie, facendo semplicemente ricorso alla tavolozza dei colori. Altro che nature morte, la natura morta non esiste, parola di Cézanne, è la stessa pittura ad essere natura nella sua più ampia ed omnicomprensiva accezione, fino a superare gli angusti confini cui viene costretta dalla semantica, nulla può e deve escludersi, pena un inganno terribile che si compie a danno dei nostri sensi. Lui non fu certo l’unico a pensarla così, anche se il suo modo di esprimersi, tra una reprimenda vomitata nel privato del suo studio ed una pubblica ingiuria scagliata contro il mondo con la forza di mille giavellottisti, resta ancora oggi per certi aspetti insuperabile. I migliori esempi della figurazione contemporanea sono persino arrivati a dimostrare attraverso le loro opere dell’avvenuto azzeramento di distanze tra quanto è animato e quanto non lo è, nell’atto della sua espressione in arte. Espressione esaudita come un desiderio che si abbevera del proprio succo creativo man mano che la polpa s’ingrassa a spese del talento. Il cannibale che è in noi. Libagioni ricche di sostanza faranno allora aumentare a dismisura la sete dell’artista, boli di cibo scenderanno veloci, giù, fino alle caviglie, per risalire infine ai polpastrelli, dove dipingere si traduce in una tecnica del corpo e della mente insieme.


Ecco il punto. E’ consentito dare degna figurazione degli oggetti a chi non si sia limitato a raffigurarli, avendoli vissuti pienamente. A chi abbia intrecciato con essi una relazione di solida mutualità. La forma avrà allora calore e colore equamente sparsi sulla tela, per mostrare come le cose si fanno cose senza alcun rapporto di subordinazione necessaria nei confronti dell’uomo. A tale sintetico risultato è pervenuto, con un pizzico di sobria follia, Roberto Pagnani, il cui atto creativo e compositivo procede non dalla conoscenza artificiosa delle sue leggi, ma da una complicità illuminata e per nulla scaramantica verso quell’universo di presenze che siede con noi, che con noi quotidianamente mangia la stessa polvere. Attraverso il gesto del pittore, placide caffettiere accomodate su sghembi-lembi di tavolini, si aprono alla confessione più disparata. Come un balsamo contagioso il disegno si fa tramite dei loro ricordi più antichi che le vide ergersi a troni per vecchi re, reclinarsi dolcemente come belle conchiglie pettinate dalla salsedine o dilatarsi in chiglie prosperose. E’ il passato degli oggetti, la possibilità di una propria memoria non ridotta a silenzio né sottomessa. Ma pure il loro futuro. La caffettiera si anima, si sbraccia raccontando la sua storia, cambia di fattezze pur restando sul tavolo, e su di esso germoglia la concezione della linea e dei pieni come attributo positivo e proprietà caratteriale della materia non carnale di cui è fatta una comunissima moka. Il silenzio non è il fatale destino cui gli oggetti devono piegarsi, ma una pausa del respiro tra una frase e l’altra esattamente come lo è per noi. Roberto Pagnani, nei suoi fondali puntualmente color crema introduce il rilievo di una buffa macchinetta capace di tollerare con la stessa naturalezza le conversazioni tra umani seduti attorno a lei, ed il fuoco sopra cui viene fatta portare ad ebollizione. Ma non c’è nulla di visionario in tutto questo, al contrario è presente la tanta concretezza che caratterizza il ciclo di opere qui in esposizione, la concretezza dell’attenzione verso il quotidiano, dell’ascolto che avanza ed indietreggia senza freni come una fisarmonica al culmine della sua passione sonora, del pensiero che non si accontenta di abitare il solo visibile a lui consanguineo. E tutto ciò che dipinge è in risposta a questi stimoli. Il caffè rimane una curiosa bevanda da gustare da soli o in compagnia, la caffettiera quel prezioso alleato che te ne fornisce la possibilità. Nulla cambia quanto alle nostre abitudini. Per tutto il resto, beh, per tutto il resto dipende davvero da noi e dalla nostra voglia di non perderci in una semplice tazzina di caffè ma di trovarvi, magari solo per gioco, un intero mondo dentro tutto da scoprire. Con queste tele Roberto ha intrapreso il suo viaggio. E voi?



domenico settevendemie.




L'associazione culturale CadeArt presenta la terza esposizione d'arte della serie 'Lex Artis' che si terrà presso lo Studio Legale L. Donelli, D. Dal Monte, R. Vecchi in via C. Ricci n. 29 a Ravenna.'CAFFE'!' di Roberto Pagnani, a cura di Ilaria Siboni e uno scritto di Domenico Settevendemie, inaugura venerdì 18 gennaio alle 19,30. L'esposizione sarà visitabile tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 15,00 alle 19,00 fino a mercoledì 20 febbraio 2008, ingresso gratuito.

Gli artisti in mostra nelle successive esposizioni: Riccardo Bottazzi, Simone Gardini, Mattia Battistini.

Per altre informazioni si può visitare il blog:
www.cadeart.blogspot.com
cadeart@libero.it
ilariasx@hotmail.com

mercoledì 9 gennaio 2008

Hotel Villa Santa Maria in Foris


…Portare l’arte direttamente dentro l’intimità delle camere di un albergo è, apparentemente, un’ operazione facile, ma non così scontata. E’ da tempo che questo accade in città come Milano, Roma e Torino ed ancora prima, in città estere. La differenza sostanziale è, nel nostro caso, che a Villa Santa Maria in Foris a Ravenna, partecipa un gruppo artistico ben organizzato (Ca de Art rappresentato da Battistini, Bottazzi, Brunelli, Gardini, Pagnani, Petrosillo e Siboni) più due artiste ospiti provenienti da Bologna ( Gavioli e Savarino) che concepisce l’allestimento in modo fresco e diretto, avulso da quei filtri un po’ pedanti e rugginosi che di solito vengono suggeriti da curatori “modaioli” e vagamente asettici che intervengono sovente in queste situazioni espositive non canoniche. Villa Santa Maria in Foris è un luogo elegante ed accogliente, con una struttura più vicina a quella di una signorile casa-palazzo piuttosto che a quella del solito hotel di lusso. Qui si sono ritrovati, come in un cenacolo artistico, gli artisti di Ca de Art più volte all’anno in varie sedute nelle quali hanno discusso, progettato e sognato, inseguendo e raggiungendo il proprio lavoro e pensiero più pulito ed intellettualmente onesto, pensando a come creare ovvero dipingere, scolpire, fotografare ed allestire. Il luogo-albergo, quindi, è stato metabolizzato fino in fondo, con armonia e freschezza, e vissuto come una propaggine della propria idea di casa. E’ qui, come si suggeriva poco fa, che nasce e rinasce l’idea dell’arte, miratamente dedicata ai luoghi, dove gli artisti medesimi ritornano protagonisti degli spazi da vivere e da adottare…

Villa Santa Maria in Foris in origine fu importante chiesa, appunto Santa Maria in Foris di cui fino al secolo scorso restava qualche vestigia. Rimaneva nella via delle Stuore (Stuoie), attuale via Pasolini ed è ricordata in diverse carte del XIV e Xv sec. Venne soppressa nel 1587 e ricostruita nel 1606 dalle fondamenta, donata al culto per oltre trecento anni quando in fine venne profanata e poi abbandonata. (Gianfranco Stella, Le Chiese della Ravenna scomparsa, 1987, pagg. 327/328). L'unico resto della chiesa originale la lapidetta che porta l'iscrizione "ECCLA. P.S.M. IN FORIS. REST. MDCVII", la quale certamente era in origine murata nel fronte della chiesa (Gaetano Savini, Ravenna piante panoramiche (1905-1907), 1996, pag. III.28). La struttura divenne semplice abitazione privata poi elegante residenza di nota famiglia ravennate.